Infanzie che resistono

ottobre 29, 2014 § 1 Commento

angelo semeraro

éVa affermandosi nella narrativa occidentale d’Autore la tendenza a reinterpretare l’infanzia come oggetto simbolico (il bambino-futuro-riscatto-rinnovamento). Tendenza che a dire il vero non è affatto una novità, ma che sembra riprendere forza, assumendo financo valenze escatologiche. Un saggio a partire dall’ultima opera narrativa (2013) del Nobel sudafricano John Maxwell Coetzee, L’infanzia di Gesù, inquadrata nell’insieme della sua produzione letteraria.

 per semeraroCoetzee ha saputo sempre tenere in tensione i temi dell’infanzia-adolescenza con quello più esplicitamente educativo, lambendo ogni volta tematiche che scomodavano buona parte del Pantheon pedagogico europeo degli ultimi tre secoli, alla ricerca di una Bildung dei modelli universali). Se nel passato ci ha dato pagine intense di una “normale” infanzia di provincia, con quest’ultima ha sterzato decisamente su questo nostro tempo di migrazioni, strappi e sradicamenti da lingua e culture di appartenenza, con i conseguenti sconvolgimenti nella trama dei rapporti di relazione, dove solo la scuola sembra rimanere quella di sempre, restìa ad accettare che Davide-Gesù, misterioso protagonista del romanzo, impari a leggere su un Ur-Buch come il Qujiote anziché sul sillabario, e a computare più con Pitagora che col pallottoliere e lo smartphone). Questa “originalità” di David scaturisce da un disadattamento, ma è pur sempre una risposta creativa e un bozzolo di pensiero divergente che sconvolge l’ordine del vecchio mondo.

Il nuovo messianismo (un’infanzia in funzione salvifica) scorre con pari intensità in altre pagine di autori americani: ho fatto riferimento ad Auster e a McCarthy, tralasciando almeno per ora il neorealismo di altre infanzie in altri luoghi (i bambini-kalasnikov di Lilin, ad esempio in Educazione siberiana, o quelli di Saviano in Zero zero zero e le terrificanti storie di femminicidio sulla frontiera messicana nel 2666 di Bolaño (un’alta percentuale di questo fenomeno riguarda bambine e adolescenti).

Perché a parlare d’infanzia non s’incontra solo simbolismo e messianismo, ma anche un neorealismo suburbano delle metropoli come delle frontiere, dove avvengono traffici di anime e di corpi nelle forme più turpi: il punto insomma di massimo degrado del capitalismo globalizzato.

A margine di questo degrado vi sono tuttavia pagine che attraverso l’infanzia cercano un futuro di riscatto. Per Paul Auster ad esempio la salvezza è un made in Italy collodiano. Se Pinocchio vorrà ominizzarsi dovrà salvare Geppetto, ossia includere il negletto falegname nel suo desiderio di farsi uomo. E c’è il bambino-erede di McCarthy, a cui un padre in punto di soccombere si affretta a trasmettere le istruzioni perché il mondo nuovo possa risorgere diversamente.

Il tema del desiderio e dell’eredità godono oramai di una letteratura filosofica-psichiatrico-analitica, che sottopone a severa critica sociale il discorso del capitalista (Lacan-Recalcati e altri simbolisti junghiani: Zoja ad esempio). C’è tutto questo in fieri insomma, e l’immaginario (fiction, cinema, romanzo) lavora a pieno ritmo offrendo non di rado materiali interessanti per ritemprare le scarse risorse intellettuali sull’intera questione educativa, quale premessa anche alla funzione che in esso dovrà assumervi una scuola davvero riformata. Nessuna riforma scolastica può sottrarsi all’obbligo di definire un suo principio, o finalità educativa che dir si voglia. E queste pagine di letteratura in cui l’infanzia è protagonista aiutano a setacciare l’essenziale e il durevole dall’illusorio e dal fittizio, fornendoci non pochi suggerimenti, ma soprattutto sollecitandoci a considerare questo sciame di immagini, suoni e tecniche comunicative come nuove frontiere dello sviluppo umano, per osare di più e andare più oltre.

Dovremmo starci con più coraggio su queste nuove frontiere dove accadono le cose, senza rimanere eternamente prigionieri dei nostri scaffali, scolastici o pedagogici che siano. Il passaggio da una Bildung dei modelli a una Umbildung autotrasformativa farebbe giustizia di alcune stereotipie involse nell’uso e abuso di formazione in luogo di educazione. Altrove se ne è spiegato la differenza. E anche le ragioni di un’urgenza a uscire dagli equivoci e dagli inganni di una formazione senza educazione, almeno nel senso di attribuire a quest’ultima la capacità maieutica del lasciar venire.

Che futuro avranno i bambini di domani, quand’anche fosse vero che quelli di oggi li abbiamo fatti crescere tanto in fretta da perderli altrettanto velocemente?[1] Con che occhi ci guardano quelli che attraversano con noi questa infinita insicurezza di un presente senza gravità? In contrasto con la voracità mediatica che a stagioni alterne li rappresenta come il mercato comanda, le scritture narrative sull’infanzia sembrano imboccare una strada allegorico-salvifica. Ben si presta del resto un’età della vita tanto indefinita quanto malleabile a incarnare la metafora di un futuro sfuggente a ogni esercizio di previsione, in cui solo i bambini potrebbero salvarci.

Un bambino ibrido

Il Nobel J.M. Coetzee, che non si è mai allontanato dal suo particolare osservatorio sull’infanzia dagli anni dell’affresco autobiografico delle Scene di vita di provincia: Boyhood (1997), Yout (2002), Summertime (2009), ha posto non pochi problemi con l’ultima opera narrativa The Childood of Jesus (2013). Il giudizio dei critici[2] è rimasto come sospeso di fronte all’impenetrabilità a qualsiasi chiave di lettura. Perché un nome tanto caro alla cristianità se non si tratta di una nuova storia romanzata del Cristo e se il bambino del romanzo si chiama David? Riferimenti e allusioni certo non mancano, al punto da far pensare a uno dei tanti bambin-Gesù che periodicamente approdano fortunosamente a Lampedusa o lungo le coste del Salento, ma al di là di qualche stravaganza (innocentemente infantile) nel romanzo, si tratta di un bimbo che ha il solo torto di stupire per un modo “tutto suo” di comportarsi, proprio come tutto loro è il modo di rispondere dei bambini di ogni angolo del pianeta agli input del proprio ambiente sociale.

Raggiunta l’età scolare, David mostra segni d’insofferenza all’apprendimento; si rifiuta di imparare a leggere utilizzando le lettere dell’alfabeto, preferendo invece memorizzare le singole parole del Don Quijote di Cervantes; mostra resistenze “filosofiche” ossia di ordine rigorosamente logiche nell’affrontare le leggi dell’abaco. Spalleggiato da una madre d’occasione (Inés) entrata rapidamente ma non del tutto consapevolmente nei ruoli protettivi ordinari di ogni maternità, David rivendica un proprio approccio idiosincratico al metodo e al merito; al momento di confrontarsi con l’istruzione obbligatoria entra in conflitto con l’autorità scolastica ed è per questo destinato a un centro correzionale. Nessuna novità: i bambini creativi, catalogati come “diversi” potevano anche finire, su conforto dei collegi degli insegnanti, in un “Reparto riciclaggio”, come nell’omonimo film della regista ucraina Kira Muratova (1989).

In assenza di genitori affidatari, profughi o dispersi scampati al mare in uno dei tanti viaggi disperati che chiamano della speranza, l’autore mette alle costole di questo bambino un padre adottivo premurosamente presente, un quarantacinquenne a cui una efficiente organizzazione di accoglienza assegna un nome (Simón), una dimora provvisoria e un lavoro per campare.

Strano e straniero

Presentando il The Childood of Jesus all’Università di Città del Capo, l’Autore ha fornito qualche mezza risposta a questi primi perché dei critici, confessando che avrebbe preferito un libro senza titolo (e, ove possibile, addirittura senza copertina), in modo che solo in ultima pagina il lettore si sarebbe imbattuto in quel nome così ingombrante. Cosa evidentemente impossibile per ogni marketing editoriale che si rispetti, dal momento che per un editore un libro è pur sempre un prodotto-merce da promuovere, e come tutte le merci non può sottrarsi alle leggi di mercato, a maggior ragione se si tratta di uno scrittore che nel 2003 è stato insignito del Nobel.

La domanda da porsi è semmai un’altra: senza quel titolo speciale avremmo colto la vera natura di questo bambino ibrido dal nome David? Come potremmo interpretare ad esempio alcune stranezze di questo bambino strano e straniero, come quel gesto impulsivo di scrivere alla lavagna «Io sono la verità»? E come accettare l’affermazione di Coetzee che commenta l’episodio ponendo a sua volta una domanda che inquieta il mondo adulto: «e se questo bambino fosse il solo tra noi con gli occhi per vedere?» Domanda insidiosa, che da sempre ha assillato quelli che per caso o per necessità, si trovano a svolgere una funzione educativa (che resta pur sempre, da Prisciano a noi, un’attività educastratoria).

Raimond Gaita[3] è uno di quei pochi studiosi di filosofia che non disdegnano di razzolare tra gli scaffali narrativi. Per la verità la figura di Coetzee lo ha sempre interessato, ritenendolo uno scrittore sperimentale e innovativo, ma soprattutto apprezzando la capacità del Nobel sudafricano di porsi domande sui fondamentali dell’essere e dell’agire umano. Su quest’ultimo libro di Coetzee ha scritto e discusso parecchio sui social network, rilasciando corpose interviste[4]. Ciò che maggiormente sembra interessare Gaita è la questione linguistica che Coetzze pone attraverso il suo personaggio. Nel romanzo infatti, ci ritroviamo fin dalle prime pagine in un centro di accoglienza dove nessuno parla la propria lingua madre.  Gli abitanti del paese ospitante, a loro volta immigrati di seconda o terza generazione, non sembrano avere memoria di sé. Parlano una lingua franca, uno spagnolo convenzionale. Coetzee decide di far parlare il suo ambient narrativo con una lingua senza storia e senza nazione: non un ricordo, non uno sguardo indietro. Mancando di memoria storica si diventa anche privi di libido; l’intero ambiente narrativo diventa asettico, privo di erotismo e forse anche di una vera affettività. Gaita si chiede se non è il prezzo che andava pagato dai neofiti della buona novella, fossero i seguaci di Cristo o i fideizzati dalla globalizzazione: affrancarsi dal gravame della memoria profonda; sradicare le radici della terra-patria in cui germogliammo. Perché il regno dei cieli è disponibile solo per chi sia disposto ad abbandonare madri e figli e attraversare una terra straniera, com’è scritto in un passaggio spaventoso del Vangelo di Matteo. La rifondazione di un’umanità senza fissa dimora, come prodotto di una mutazione geopolitica impastata di fanatismo religioso e neoclericalismo finanziario esige estraneamento, pre-luogo di ogni azzardo.

Per quale ragione Davíd dovrebbe imparare la nuova lingua dal Don Qujiote se non per la sua natura seminale di ur-Buch? E perché rifiuta la griglia dell’alfabeto se non per sostituire alla logica qualcos’altro che però rimane taciuto e indefinito (una religione, una sofìa più antica, la vaghezza dei sogni?)

Davíd ha pure problemi con i numeri: non capisce come possano procedere l’uno dall’altro. Computare è per lui come lanciarsi nel vuoto. Ne ha paura. («E se cado e continuo a cadere per sempre?»). Secondo Gaita, ha paura di cadere in una fessura, un buco nero tra numeri beffardi. E quest’altra fobìa ci autorizzerebbe a sciogliere la metafora in direzioni sconvolgenti in un mondo globalizzato, dominato dalla misurazione virtuale della quantitas. Un altro pezzo di realtà che se ne va, inghiottita dalla metamorfosi dell’immateriale.

Vedere, prevedere, prevenire: temi caldi, panottici rischiosi, che affondano nel mito e tra gli archetipi delle origini[5]. La domanda chiave del Nobel sudafricano occidentalizzato («che questo bambino sia il solo tra noi a vedere?») non è per la verità del tutto nuova: rimbalza tra molte pagine di narrativa coeva. In quella più recente, ha guadagnato anzi una spazialità mai conosciuta. Negli Stati uniti d’America ad esempio si è radicata nella narrativa di Paul Auster non meno che in Cormac McCarthy, Jonathan Franzen, ma già – a ben vedere – in Salinger, Nabokov, fino al sommo dissacratore della tradizione educativa giudaica, Philippe Roth[6]. Siamo ben oltre i turbamenti adolescenziali del giovane cadetto Törless, nel romanzo di formazione di Musil.

Quanto della tradizione kafkiana, joyciana, freudiana e postfreudiana sia stata filtrata dalla letteratura del nuovo continente potrebbero dirlo con più precisione gli studiosi del Millennium[7], ma è fuor di dubbio che ci troviamo innanzi a un fenomeno di nascita morte e resurrezione di un’infanzia elevata a simbolo; a metafora di estrema funzione salvifica.

Il diffuso interesse sul mondo bambino, mai dismesso, corre su registri diversi: dall’archeologia delle origini (gli insediamenti di famiglie europee nel nuovo mondo), a una sorta di nefelomanzia esercitata sulle ceneri fumanti di un mondo dato già per spacciato.

Entrambe le tracce sono ben marcate ad esempio in McCarthy già a partire dalla sua Trilogia della frontiera, portata passo dopo passo alla lucida tragedia di un mondo incenerito da un’inevitabile crash ecologico, in un day after spettrale dove sopravvivono pochi esemplari umani costretti al cannibalismo, al furto, gli stupri e gli omicidi (The Road). In questo scenario desolato si muovono guardinghi un padre e il proprio figlio, costretto a imparare velocemente le leggi fondamentali della sopravvivenza in un mondo irreparabilmente ostile. Il romanzo di McCarthy si chiude disperatamente tra gli sforzi del figlio per salvare un padre ferito e morente.

Salvare il padre

Anche in Paul Auster (The invention of Solitude) si tesse la trama di un mondo fronteggiabile solo da un riscoperto vincolo padre-figlio. E in un mondo in cui ogni simbolo è evaporato, il narratore non sa trovare di meglio che ricorrere alla figura tutta italiana di un burattino, nientemeno che Pinocchio, scolpita nel 1883 da Collodi. Un burattino che evidentemente non ha esaurito la sua carica simbolica. Egli sa che il suo modesto babbo ha ragione su tutto, ma segue Lucignolo, perché solo con lui potrà incontrare piaceri e novità. Ammantato di infinite curiosità, il desiderio scorre veloce per mimesi orizzontale: l’alleanza allegra con Lucignolo, ragazzo di strada lui pure, e lui pure senza padre. Ma quel padre senza potere e senza denaro che è il povero falegname Geppetto gli resta sotto traccia, riaccendendosi ogniqualvolta gli sorge un bisogno, o c’è da pagare la trasgressione a una norma infranta. La ricerca del padre è tema antico, archetipico, residuo inconscio di una memoria filogenetica, ci ha ricordato Zoja[8]. Collodi seppe esprimere senza moralismi una preoccupazione sul futuro dei giovani, e quella scelta è tornata di grande momento in un’epoca di assenza o “evaporazione” del padre, di cui Massimo Recalcati, freudiano di ferro, ha il merito di aver fatto discutere molto in questi ultimi anni[9].

Abbiamo molto da rimproverare ai padri, se non ci spiegarono le loro ragioni. E non è un caso che su questo “male senza precedenti”, per come ne ha trattato con acume lo junghiano Luigi Zoja, si siano aperti nuovi cantieri interpretativi nella ricerca psicoanalitica. Pinocchio – scrive Auster – vuole diventare un bambino in carne e ossa, ma per diventarlo dovrà trovare (più avanti deve salvare) il padre.

Dopo i primi capitoli, e per più di duecento pagine, Pinocchio e Geppetto non si erano più incontrati nel romanzo di Auster. Ma la restante parte racconta, in piena fedeltà al testo collodiano, la storia del burattino alla ricerca di Geppetto che infine ritroverà nel ventre del pescecane allo stremo delle forze. E come già Enea col vecchio Anchise, al burattino non resterà che metterselo in collo, e affrontare il mare aperto. Una prova di coraggio motivata dal desiderio di farsi uomo. Salvando il padre, Pinocchio avvia la sua metamorfosi, e salva se stesso.

Auster ci vuol dire che toccherà ai figli salvare i padri? Ma perché sceglie proprio Pinocchio? Forse perché la natura lignea del burattino esprime leggerezza, la malintesa leggerezza del Calvino di Lezioni americane che ha straripato per ogni dove, complice la banalizzazione massmediatica, tradendone non di rado il senso di una lezione sulla profondità. Certo, il legno galleggia, e a volerci fare sopra una bella metafora si può sempre pensare al fardello che costituiscono le generazioni adulte, appesantite dalla zavorra ideologica di un mondo sinistro, come titolerebbe Nabokov, ma salvate in extremis proprio da chi non ha coscienza né memoria dell’accaduto storico, ed è decisamente fuori da un ordine simbolico.

La fine del desiderio

È molto attiguo come si vede questo Pinocchio americano ai temi postfreudiani della fine del desiderio (che non sa se vuole o teme), dell’eredità rifiutata, su cui nel vecchio continente si è preso a lavorare con maggiore intensità per fronteggiare i cardini del discorso lacaniano del capitalista.

Ma saranno poi davvero in grado i figli di salvare i padri? Saranno disposti ad accettarne l’eredità, in una nuova alleanza tra Legge e Desiderio[10]?

Le risposte arrivano, sia pure in ordine sparso di tempo e di tematiche. Non solo la narrativa ma anche il cinema è sempre stato sensibile al tema della costruzione del desiderio non meno che del suo esaurirsi e della sua scomparsa. Un film recente di Pupi Avati, Un ragazzo d’oro (2014) sembra già scommettere sui poteri di una Umbildung più profondamente trasformativa, in luogo di una tradizionale Bildung dei modelli che non ha più molto senso in una stagione di dilagante relativismo.

Per chiudere i conti con i propri padri, secondo Avati, bisogna prendersi in carico i loro sogni, a costo di farne il proprio sogno. E questo fa poi nel film il poliedrico protagonista, immedesimandosi in una storia lasciata in sospeso dal padre, che si è tolto dal mondo in modo violento e inaspettato.

Ecco una interessante pista diacronica da battere. Nel film di Avati e nel day after di Mc Carthy l’educazione (una irrinunciabile questione per Coetzee) riacquista forza e valore.

La memoria, che sostanzialmente è amore e pietas, richiama il valore delle alleanze non dichiarate. «Insieme siamo imbattibili!» il giovane pubblicitario di Pupi Avati ricorda lucidamente questa frase del padre scomparso. La scomparsa precoce di un padre è un fatto che da Omero ai giorni nostri sempre ha lacerato i figli. Quel romanzo che il padre non ha saputo scrivere, lo scriverà il figlio. Sarà lui a realizzare il sogno paterno, forte di quel together che gli balena in un lampo di memoria, nell’atto in cui prendendolo per mano, il padre gli aveva dato lo slancio giusto per sollevarsi e superare quella corda che a lungo aveva rappresentato un limite e una vergogna.

Un padre si può perdere, ma si può sempre ritrovare. E il successo che accompagnerà il romanzo finalmente realizzato e anche premiato lascerà per sempre indietro le scie amare dei dissapori e dei contrasti anche violenti di cui spesso è disseminata la relazione padre-figlio, nella fiction come nella vita vissuta. Anche se poi il prezzo da pagare sarà alto, dal momento che la forte identificazione paterna giocherà a danno di una raggiunta autonomia.

Ci sarà sempre qualcosa da fare per preservare la facoltà del desiderare[11], e ci sarà sempre molto da fare per allevare uomini e donne di desiderio che vogliano senza più temere. Questo è forse la nuova frontiera dell’educazione che la narrativa contemporanea va suggerendo. La posta in gioco, oggi che l’umanità sembra prendere coscienza di essere precipitata negli stadi primitivi dell’uomo lupo dell’uomo, da cui sembrava essersi emancipata, è di riuscire a costruire una fiducia a ruoli rovesciati: saranno i bambini-futuro – quelli che per fondazione statutaria non hanno parola; svagati, imprevedibili e a tratti folli, crudeli e spergiuri – a mettere Geppetto in salvo salvando se stessi?

L’assillo della formazione

A voler spaziare, pur rimanendo all’interno del registro sincronico del corpus narrativo di Coetzee, le domande poste dal suo ultimo romanzo s’infittiscono. Verrebbe da chiedersi quanto ci sia ancora nel Davíd-Gesù di quel nevrotico e autistico protagonista (l’io, anzi il seipso narrante di un ragazzino di dieci anni) di Infanzia, primo titolo della trilogia Scene di vita di provincia.

Stessa apparente madre-roccia, (di fatto ansiosamente protettiva e possessiva, non meno di Inés, adottiva di David; stessi fratelli («dormono sul divano, si alzano alle undici del mattino, ciondolano per la casa per ore, mezzi nudi, in disordine»). Stesse figure di umanità dolente e un po’ sfigata che i bambini di oggi si sono ritrovati tra i piedi negli ultimi tre, quattro lustri. Eppure David sa che in lui c’è qualcosa di speciale e intuisce che «dipende da lui andare, in un modo o nell’altro, oltre l’infanzia, oltre la famiglia e la scuola, per cominciare una vita nuova».

Coetzee ha sempre raccontato un po’ di se stesso nelle sue storie. Si è già detto che il protagonista di Infanzia è lo stesso autore, all’età di dieci anni. Anche se nelle ultime pagine di questa simil-autonarrazione finì con l’imbrigliarsi nella ben nota questione dei modelli educativi. Non è un caso che proprio la formazione, lemma vincente e strabordante sul più dimesso suo sinonimo (educazione) non abbia mai smesso di assillare Coetzee. Proprio in quel romanzo s’interrogava sul perché di una sua profonda idiosincrasia nell’accettare che le persone debbano essere formate («come un ceramista dà forma a un vaso»). E perché lui – protagonista di un romanzo-inchiesta su se stesso – abbia resistito fin da piccolo a ogni azione di modellamento, rifiutando poi tutti i plasmatori d’anime che ha incontrato lungo la sua strada.

La risposta sarebbe poi venuta più avanti, in Tempo d’estate, dove ricostruendo la memoria della sua infanzia, deve ammettere che il nucleo della resistenza a ogni forma di sagomazione, implicita o esplicita, gli fosse stato trasmesso a pelle dalla madre olandese, convinta che educare significasse identificare e favorire il talento naturale; le qualità che in ciascuno sono innate e che rendono unico ciascun essere umano. Se il bambino è una pianta – come nella genericità della letteratura pedagogica d’ogni tempo, sensibile alla simbologia botanica –, l’educatore non potrà che nutrirla e sorvegliarne la crescita, piuttosto che potarne i rami per darle forma, come predicavano i seguaci di Abraham Kuyper, teologo e politico vissuto tra Otto e Novecento, che influenzò una tendenza conservatrice del neocalvinismo. La madre olandese insomma, nella sua semplicità, aveva fatto propria un’idea di educazione affrancata da ogni modellistica.

La finzione letteraria, da sempre più potente di ogni altro genere narrativo, ha consentito a Cootzee di avanzare domande impegnative su come sarebbe stata la sua vita adulta se… Se, anziché condizionato da un’educazione “fatta in casa”, priva di teoria ma sovrabbondante di comune buon senso materno, si fosse trovato per tempo assoggettato in una qualche forma; se qualcuno o qualcosa – una chiesa, la stessa comunità calvinista, i maestri kuyperisti – gli avesse fornito punti fermi o quanto meno frapposto obblighi al suo libero svolgimento.

Come già nel primo dei titoli della trilogia narrativa – Infanzia – questa presunta storia del Gesù infante di un nostro tempo vagamente romanzato sembra ora non voler nutrire altre aspirazioni che l’essere considerato –David-Gesù – come tutti gli altri, anche se si sente un po’ diverso. Come già l’io narrante di Coetzee bambino, egli avverte un forte desiderio di conformismo, come tutti i bamboli del mondo.

Ciò che sembra avanzare con passo marcato e sostenuto è il desiderio di una paternità capace di metterlo “a norma”; una coercizione senza severità (se il padre lo percuotesse, dice a chiare lettere Coetzee bambino, «lui perderebbe la testa e diventerebbe un ossesso»). Stessa ambiguità egli conserva nei confronti dei primi maestri: odia le loro verghe e i lividi sui glutei. Ma lui non è stato mai picchiato, e si vergogna anche di questo, dal momento che quel privilegio di non averle mai prese lo isola dalla comunità dei coetanei, dai giochi comuni.

Dietro, come s’è detto c’è una genitrice solida, su cui egli può ergersi, ma che se ne sta sullo sfondo, per intervenire solo su richiesta. E a ben vedere anche dietro David, nell’Infanzia di Gesù c’è una figura di madre-roccia, forse più enigmatica, il cui passato aveva potuto scorrere liscio tra i vantaggi di un’emancipazione femminile oramai in buona parte realizzata e in non pochi tratti anche debordata. Una volta “scelta” da circostanze del tutto fortuite e imprevedibili per quel ruolo di maternità putativa, l’ex giocatrice di tennis scombinati, non aveva poi perso tempo ad assumersi le sue responsabilità di madre attenta e all’occorrenza impositiva.

L’educazione tra costrizione e libertà

Una buona notizia tutto sommato, trattandosi di uno scrittore che ha sempre creato figure di protagonisti perdenti e in fuga, convinto che «vivere è una malattia a cui nessuno può sottrarsi». Così in Gioventù (2002) − non meno che in altri romanzi precedenti: Aspettando i barbari (1980), Età di ferro (1990) e Disgrace (1999), storia di estremo degrado dell’intellettuale di mezza età che si sente inadeguato e “inutile a se stesso” − lo studente, il magistrato, il professore, la narratrice sono figure combattute tra i condizionamenti che invocano da una parte revisioni e adattamento e dall’altra autonomie mai del tutto e compiutamente realizzabili. Una Umbildung insomma per spezzare la catena di una umanità senza gravità, che reca ben evidenti le conseguenze del desiderio represso, o deviato, per non aver osato.

L’educazione, il tema centrale del cruccio d’autore di Coetzee, è forse solo una questione di diete personalizzate; di un difficile buon dosaggio di costrizione e libertà. Ma in questa oscillazione perpetua del pendolo vi sono le ineludibili incertezze di una paideia denudata e derisa. Sicché, sembra voler insistere Cootzee, siamo non solo obbligati a spingere lo sguardo oltre le forme date da una ragione calcolistica e predatoria che si è divorato tutto lo spazio del desiderio, riducendoci al lumicino come Geppetto nel ventre del pescecane, ma a consegnarci fiduciosi a chi vorrà prendere in carico le nostre ragioni e i nostri limiti. E traghettarci su altre sponde.

Note

[1] D’Amato M., Ci siamo persi i bambini. Perché l’infanzia scompare,Roma-Bari, Laterza, 2014.

[2] Cfr. Oates, J.C.,  Saving, G., in “New York Times”, 29 Aug. 2013; Markovits, B., The Childhood of Jesus by JM Coetzee, in “The Guardian” e ”The Observer”, 2 mar.2013; Farago, J., in “New Republic”, 14 sept.2013; Bell, R., in “Los Angeles Review of Books”. Per Gaita, R., si veda la successiva nota 3.

[3]  La breve nota biografica del critico, che attualmente insegna filosofia al King’s College di London, spiega forse il suo interesse e la sua immedesimazione per la narrativa coetzeeana.  Cfr. il sito web: http://www.google.it/#q=raimond+gaita

[4]http://ramonakoval.com/2013/07/28/interview-with-philosopher-rai-gaita-on-j-m

[5] cfr. Curi, U., La forza dello sguardo, Bollati Boringhieri, Torino, 2004.  Sull’argomento si c. pure il mio Del sensibile e dell’immaginale, Icaro, Lecce 2006

[6]Auster, L’invenzione della solitudine, Einaudi, Torino,1997; McCarthy,C., La strada; Einaudi, Torino,2007; Roth,Ph., romanzi vari (tutti tradotti ed editati da Einaudi). Coetzee, J. M., 1997, Boyhood, New York, tr. it., Infanzia. Scene di vita di provincia, Einaudi, Torino, 2001.

[7] Una buona rassegna, almeno per quanto riguarda la letteratura del secondo dopoguerra, è in De Angelis V.M. e Ricciardi C., (a cura di)  Verso il Millennio. Letteratura statunitense del secondo Novecento, Casa Editrice Università La Sapienza, 2007.

[8] Zoja, L.,  Il gesto di Ettore, Bollati-Boringhieri, Torino, 2000, pp.285 e sgg

[9] Recalcati, M. , Cosa resta del padre, R. Cortina, Milano, 2011.

[10] Id., Il complesso di Telemaco, Milano, Feltrinelli, 2013.

[11] Demetrio U., L’educazione non è finita. Idee per difenderla, Milano, Cortina, 2009.

 

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