Per Walter

novembre 15, 2013 § Lascia un commento

 stefano vitale

éNon siamo mai pronti alla morte degli amici. Walter Fornasa se ne andato alle prime luci del 15 novembre 2013. Lo ha fatto discretamente, senza troppo rumore, in punta i piedi, quasi senza dire nulla a nessuno. Lui che era una persona così amante dell’understatement non poteva fare diversamente.

Potremmo raccontare dei suoi titoli accademici. E sarebbe cosa giusta perché si è molto adoperato nell’Università. Anche se ultimamente non era tanto contento di come andavano le cose. Ma, come ha scritto qualcuno a commento di un articolo pubblicato oggi dall’Eco di Bergamo, che annunciava la sua scomparsa, lui avrebbe preferito essere considerato un maestro elementare.

Già perché un maestro elementare sta vicino alle cose, alla realtà, ai bambini.

Walter lo sapeva bene ed anche quando si occupava di epistemologia e psicologia cognitiva, di disturbi speciali del comportamento, di educazione ambientale e di ecologia evolutiva, di organizzazione dei sistemi relazionali e sociali, lui pensava sempre ai bambini.

A quelli concreti, in carne ed ossa, che si meravigliano di fronte ad una farfalla, che girano lo sguardo dall’altro lato arrabbiati, che parlano un lingua straniera, che non riescono a leggere una lettera, a far di conto. Era il suo modo per stare coi piedi per terra, per far stare coi piedi per terra le teorie ed i modelli che studiava e che costruiva e ricostruiva ogni giorno coi suoi studenti, coi colleghi, con gli amici, con noi di école.

Per lui era importante la realtà, proprio perchè si domandava continuamente come fosse costruita e riteneva importante partire dalla percezione che ne aveva l’individuo, dal contesto nel quale vivevano le persone.

Qualche anno fa aveva organizzato a Bergamo un seminario sui diritti dei bambini e mi chiese un contributo. La sua idea era che occorre parlare dei diritti dal punto di vista del bambino ed allora avremmo scoperto non solo come erano disattesi, ma anche che cosa bisognava fare di nuovo. Lui fece anche un discorso rovesciando i luoghi comuni: i bambini di oggi hanno bisogno, di fronte al mondo che cambia, di sviluppare nuove capacità di resilienza, diceva. Devono imparare a vivere grazie a nuove forme di attaccamento, diverse da quelle classiche di cui aveva parlato Bowlby, che li conducano ad essere più autonomi, a non dipendere dagli adulti e dai modelli tradizionali in maniera così pesante. Vista la deriva del mondo adulto era come dire che “il mondo può essere salvato solo dai ragazzini”.

Walter era naturalmente interessato ai processi di apprendimento che sono poi il nucleo centrale dell’educazione. Ma se ne occupava sempre da un punto di vista sghembo, niente affatto scontato e “professorale”. A lui interessava il pensiero divergente, l’espressione non prevista, l’incertezza, la capacità dei soggetti di “produrre nuovi messaggi”. Per anni ho avuto la fortuna di lavorare con lui ad Asti per l’aggiornamento degli insegnanti. Ed allora si organizzavano seminari, laboratori su temi vivi, reali: la violenza ed il bullismo, l’educazione alla cittadinanza, la filosofia dei bambini, la poesia a scuola, le forme dell’arte e tanti altri temi che obbligavano gli insegnanti a rivedere le proprie conoscenze, a ripensare il proprio ruolo senza rinunciare ad imparare ancora qualcosa di nuovo. Perché anche Walter era così: perfettamente “complesso”, aperto all’incertezza, alla novità, alla vita reale. Ricordo quando lo invitai in Madagascar per un Forum mondiale organizzato dalla FiCemea sui temi del’educazione ambientale. Era felice dell’offerta ed anche spaventato per l’impegno. Perché lui stimava le persone con cui lavorava ed era modesto e semplice, e non sfoggiava la sua cultura, le sue competenze. Accettò il mio invito perché era una bella avventura, una nuova sfida. Che ha cementato la nostra amicizia, che ci ha permesso di costruire assieme un pezzo di strada comune. Come quella che da tanti anni costruiva pazientemente con la nostra rivista e con tante associazioni del settore educativo ed ambientale. Dovevo chiamarlo per invitarlo ad un convegno in marzo a Torino sulla resilienza. Non ho fatto a tempo, non abbiamo fatto a tempo.

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