Gli scopi dell’educazione
aprile 18th, 2012 § Lascia un commento
McKenzie Wark – Gli scopi dell’educazione
McKenzie Wark è un teorico dei media di origini australiane e insegna attualmente Media e studi culturali alla The New School a New York, un’università nota per la sua tradizione progressista. E’ stato tradotto in italiano il suo libro Manifesto Hacker, Feltrinelli, Milano 2005, dove scrive alla voce istruzione: “hackerare significa esprimere la conoscenza in tutte le sue forme. La conoscenza hacker implica, nella sua pratica, una politica di informazione libera, di apprendimento libero, il risultato di un dono in un network da pari a pari” (36). Il testo seguente è la traduzione della sua conferenza di apertura dell’anno accademico nell’università in cui insegna, tenuta nel settembre 2010 (http://www.newschool.edu/admin/convocation/2010/wark.aspx). Nonostante la differenza tra il sistema educativo americano e il nostro, e nonostante il tono leggero di questa conferenza, è chiaro che Wark punta il dito sui rischi di una privatizzazione selvaggia e una mercificazione che minaccia seriamente l’educazione negli Stati uniti, ma non solo.
Gentili colleghi insegnanti (e con questo intendo tutti, perché siamo tutti educatori), dato che il nostro tema di oggi è «gli scopi dell’educazione», ho pensato di iniziare provando a immaginare come i miei studenti affronterebbero questa domanda. Immagino che la prima cosa che farebbero sarebbe quella di consultare l’oracolo, non quello di Delfi, l’oracolo di The Daily Show[i]: Jon Stewart. Non molto tempo fa è stato suo ospitet nella sua trasmissione The Daily Show Tim Pawlenty[ii], il volto umano del conservatorismo. Mentre Stewart gli rivolgeva domande sorprendentemente facili, il governatore Pawlenty ha spiegato come si può completamente privatizzare l’educazione. Gli studenti potranno semplicemente acquistare la loro formazione, un corso alla volta, via iTunes o sui loro iPads. Oltre ai download di video di Lady Gaga e, se per questo anche di The Daily Show, potete semplicemente scaricare “Filosofia 101”, o più probabilmente, “Marketing 101”[iii]. Tornerò a questa visione, al tempo stesso eccitante e agghiacciante, dell’educazione.
Gli studenti però non ricavano tutte le loro informazioni solo consultando l’oracolo: essi praticano anche un genere complesso di divinazione che utilizza incantesimi lanciati a caso, per dirla altrimenti, Google.
Utilizzando Google anche senza particolare attenzione, si riesce per lo meno ad avere un assaggio di ciò che l’opinione comune pensa riguardo le finalità dell’educazione, che comprende punti di vista contraddittori. Ad esempio: l’istruzione americana è un fallimento totale, eppure è la migliore del mondo; tutto si può risolvere con l’intervento del settore privato, ma i privati riescono a risolvere i problemi della formazione solo con enormi quantità di denaro pubblico; quanto al fatto che la formazione funzioni o no, si tratta di una semplice questione di somministrazione di test standardizzati e tuttavia ciò che l’istruzione produce quando funziona è individui unici e creativi.
Sulla questione più specifica degli obiettivi dell’educazione si trova poco altro che questo paradosso sorprendente: lo scopo dell’educazione è solo quello di ottenere dei posti di lavoro, eppure allo stesso tempo, è quello di creare solidi individui etici imbevuti dello spirito americano di servizio e di consapevole cittadinanza. Questo è ciò che uno studente utilizzando Google può o può non scoprire.
Ora, è un luogo comune tra gli educatori fare osservazioni ciniche sui nostri studenti. E mentre io non dubito che alcuni di loro ottengano una conoscenza del mondo da Jon Stewart e Google, penso anche che possano fare un passo indietro e pensare criticamente proprio questa cosiddetta conoscenza.
La prima cosa che posso immaginare che uno studente critico avrebbe scoperto sull’educazione è questa: la conoscenza dovrebbe essere diversa dalla doxa, dall’opinione trasmessa senza riflessione, e della quale si fa fatica a liberarsi. E tuttavia l’educazione, il processo di produzione e riproduzione delle conoscenze, non è nulla se non è circondato dalla doxa. Per quelli di noi che sono al suo interno per così dire, per quelli di noi che sono educatori, la lotta è quella di separare la conoscenza dalla doxa, dall’abitudine, dal pregiudizio, dall’ovvietà. Noi educatori non vediamo di buon occhio il pensiero massificato o l’accordo obbligatorio. Per esempio, ho accettato un lavoro al SUNY[iv] una volta, e mi hanno fatto firmare un giuramento di fedeltà allo stato di New York. Immaginate: un giuramento di fedeltà, allo Stato di New York. Ho subito iniziato a pensare come avrei potuto tradire questo mio impegno e diventare, mettiamo, un agente segreto del Connecticut, o del Dakota.
In breve, come educatori, siamo circondati all’esterno da coloro per i quali l’educazione non è altro che la continuazione della doxa, del mondo contraddittorio di opinioni, a cui si dovrebbe prestare giuramento. La nostra sembra una posizione da assediati. L’educazione sembra essere in crisi. Ma quando non era in crisi? Forse c’è conforto nel pensare che la crisi è affar nostro – ed è questo che rende viva l’educazione. Almeno non siamo, come Socrate, costretti a bere la cicuta, ma se i test standardizzati si fanno strada nell’istruzione superiore, la cicuta potrebbe sembrare preferibile.
In Occidente, almeno, si tende a considerare i Greci come i nostri antenati nella creazione di istituzioni per lo sviluppo della conoscenza critica, all’interno e contro il contesto sociale. Ciò che le scuole di filosofia erano per i Greci (stoici, epicurei, peripatetici), l’università moderna è per noi. E come noi anche i greci avevano istituzioni per la produzione di doxa. Quello che il teatro era per i Greci, Hollywood è per noi; quel che sono stati i sofisti greci, sono per noi avvocati, consulenti e lobbisti. Non voglio spingermi troppo in là con questa comparazione. In fondo Aristotele non doveva correggere compiti scritti.
Ma su tre cose mi sembra valga la pena soffermarsi.
In primo luogo: in che modo il pensiero greco ha preso le distanze dalla doxa del suo tempo? Come è stato in grado di pensare oltre le sue condizioni sociali di produzione?
In secondo luogo: in che modo i limiti del pensiero greco sono stati non limiti interni, di una forma di conoscenza, ma dell’ordine sociale da cui è scaturita?
Terzo: quali sono le eredità più ambigue e meno riconosciute che i Greci ci hanno lasciato?
Il pensiero greco prendeva le distanze dalla doxa attraverso un processo interno di riflessione critica basato sul pensiero stesso. Ecco Socrate al lavoro: cosa intendiamo per giustizia? Cosa si intende per fede? Cosa si intende per educazione? Siamo in grado di liberare il pensiero da certe abitudini. Siamo in grado di usare la lingua comprendendo che cos’è e come funziona.
Questo è l’obiettivo negativo dell’educazione: lavorare all’interno del e contro il senso comune. In ciò i Greci eccelsero. Mentre i sofisti erano tutti occupati a insegnare come ciascuno potesse diventare un lobbista di se stesso, Socrate iniziò una pratica abbastanza diversa che separava il pensiero da interessi concepiti in modo ristretto e a breve termine.
I limiti al pensiero greco sono sicuramente negli obiettivi positivi dell’educazione, riguardo a ciò che si crea e si conserva al posto della doxa. È qui che i limiti di un ordine sociale cominciano a pesare e tracciare i limiti a quello che si può pensare.
Poiché era il prodotto di una cultura aristocratica in una società schiavista, il pensiero greco era notoriamente disinteressato al campo delle arti pratiche. I Greci erano brillanti progettisti, nell’architettura, nelle arti applicate e il loro più grande successo nelle scienze – la geometria – deve sicuramente tanto alla manodopera qualificata dell’artigiano quanto al lavoro del filosofo, ma non lo saprete mai dalla dei filosofi.
Il pensiero greco era ostile alle arti performative, ma doveva loro molto anche se non lo riconosceva. Il mio collega al Lang College, Paul Kottman, ha scritto in molto convincente su come Platone prenda l’atto del vedere la sfera dell’azione politica con i propri occhi (Thea) e la svuoti di tutto il materiale e il contenuto incarnato. Il teatro politico diventa teoria politica.
Kottman è vicino qui a una linea di pensiero che è fondamentale per la mia disciplina, gli studi sui media. Platone è ambivalente nell’uso del suo proprio mezzo, la scrittura. Il testo scritto si incammina nel mondo esterno come un orfano, partito dal regno aristocratico in cui conoscere la discendenza di tutti e tutto è importante.
In parole povere: la città-stato aristocratica e schiavista ha prodotto un sapere che poteva in parte separarsi dalla doxa di tutti i giorni, ma che era indifferente alla progettazione delle cose, ignorava il suo debito nei confronti delle arti dello spettacolo, ed era ambivalente sulla sua propria forma di comunicazione.
Se i limiti del pensiero greco derivano dalla natura aristocratica e schiavistica della sua società, sicuramente nella nostra moderna democrazia abbiamo superato questi limiti. L’America, come ha mostrato de Tocqueville, ha una cultura democratica che, nonostante i suoi limiti, almeno si distacca dai vincoli dell’ordine aristocratico. Sembra che ogni due mesi il New York Times Book Review dia spazio a qualche rielaborazione nuova di Tocqueville, il che mi fa chiedere se de Tocqueville non sia ora diventato qualcosa del genere più puro di doxa americana. Non è possibile che oggi l’America sia una società aristocratica? Forse un’aristocrazia di un nuovo tipo? Per dirla tutta, questo nuovo tipo di ordine aristocratico possiede anche una delle peggiori caratteristiche della democrazia ateniese: i demagoghi. Accanto a Marketing 101 e Lady Gaga, gli studenti potrebbero scaricare anche i podcast di Glenn Beck o Rush Limbaugh[v].
Basta dedicare anche poco tempo ai nostri demagoghi nostrani e ci ritorna in mente la pionieristica sociologia dei media di Hans Spieier della New School negli anni ’40. Ciò che egli chiamava «comunicazione post-democratica» era caratterizzata dal disprezzo per la ragione, da slogan, voci incontrollate e ricatti affettivi. Faceva appello ad una massa che mancava di un senso del dovere sociale, e che tuttavia sentiva di avere il controllo sul proprio destino. Non sembra il modello per Fox News e la sua progenie del Tea Party?
In tale contesto, il primo obiettivo dell’educazione potrebbe essere quella di resistere. Contro un pubblico che si lamenta dei costi per l’istruzione, ma vuole ancora il beneficio di un reddito per tutta la vita superiore a quello che la formazione universitaria consente di ottenere. Per sopravvivere contro uno pseudo-settore privato che pensa che l’introduzione del business la renderà migliore, ma solo ottenendo prestiti governativi agevolati per gli studenti ai quali offre programmi di formazione solo marginalmente utili. Per sopravvivere contro i demagoghi che minacciano l’integrità dell’educazione, perché nulla più dell’educazione rappresenta una minaccia per demagoghi. Per sopravvivere contro una sorta di tecno-feticismo, che immagina che la soluzione di tutto sia il nuovo prodotto della Apple. Voglio concentrarmi solo su uno di questi pericoli; l’economia dell’istruzione la lascio agli economisti e meno si parla dei demagoghi, meglio è. Il presidente Kerry[vi] è stato lungimirante e specifico nel suo modo di affrontare i pericoli di un’istruzione rivolta al profitto.
Voglio piuttosto dire alcune parole circa l’ultimo punto, sull’idea del governatore Pawlenty di una formazione – completamente privatizzata – ma anche scaricabile sul vostro iPad. Sia perché ciò è più vicino al mio campo di studi sui media, sia perché è oggetto di un importante convegno organizzato qui a The New School dal mio collega del Lang College, Trebor Scholz.
Platone ha ragione a preoccuparsi, nel Fedro, su ciò che accade al testo scritto che si affaccia al mondo esterno come un orfano. Ma non è che l’oralità, la comunicazione orale, fosse una garanzia contro questa situazione. La comunicazione orale, rimasta orfana diventa una “voce” (rumor). Allo stesso modo, non è la lezione scaricata da iTunes il problema: è la separazione del contenuto scaricato dalla pratica di domanda e risposta che si svolge tra insegnanti e studenti, in un modo reciproco. L’istruzione non è contenuto, in altre parole, ma un particolare tipo di processo comunicativo. Ciò che però potrebbe far dimenticare questo fatto è concepire l’educazione solo come una merce.
Le merci, per definizione, hanno valori misurabili che si materializzano nelle transazioni semplici tra un acquirente e venditore, i cui obblighi gli uni verso agli altri sono limitati. Qualunque cosa sia, l’educazione non è solo una merce. E’ sempre, allo stesso tempo, un rapporto, un dono, una relazione che vincola le parti a un obbligo reciproco, e in cui dare la propria attenzione è ciò che produce valore: l’educazione dà valore al dono dell’attenzione. L’educazione è la valorizzazione del dono dell’attenzione.
Parte della sfida di essere alla New School è che l’eredità di questa scuola impedisce di ignorare la richiesta di un cambiamento dell’ordine sociale[vii]. Essere alla New School ci obbliga a elaborare una formazione in grado di rispondere a ciò che questo ordine sociale è, ma al tempo stesso consapevole dei suoi deficit. Essere parte di The New School comporta un obbligo speciale. A volte penso che dovremmo cambiare il nome di The New School in The Old School e renderci così le cose più facili. Ma poiché continuiamo ad essere The New School, siamo depositari sia del passato che del futuro.
È interessante notare che gli elementi che non stavano insieme per i Greci sono gli stessi che in realtà non stanno insieme in questa strana nuova America aristocratica. E sono anche gli stessi elementi in cui The New School trova le sue aree di particolare forza: design, le arti dello spettacolo, dei media e la loro relazione a ciò che noi oggi chiameremmo una scienza sociale memore del suo debito verso la filosofia. Abbiamo una opportunità unica di sperimentare nuove connessioni tra questi tipi fondamentali di pratica comunicativa.
Che aspetto dovrebbe avere un’educazione del futuro che non separi la realizzazione della cosa dalla creazione del suo concetto? Che riconosca la dipendenza della conoscenza dalla cultura, ma anche la loro differenza? In cui le nuove forme digitali di comunicazione vengano considerate come un vero e proprio campo della libera ricerca?
Stanley Fish[viii] è autore dell’argomento persuasivo ed influente secondo cui lo scopo dell’educazione in qualsiasi disciplina è semplicemente quello di produrre un lavoro di buona qualità all’interno della disciplina. Naturalmente l’esistenza di The New School è di per sé una confutazione di tale argomento. E’ stata fondata da persone che non si accontentavano solo di scavare più a fondo i loro cunicoli disciplinari. Hanno considerato l’obiettivo dell’educazione come un lavoro più ampio sulla differenza tra i luoghi comuni e la conoscenza come critica dei cliché. Hanno compreso che le tensioni sociali attraversano l’educazione stessa, e quindi essa non può limitarsi a perfezionarsi come una cosa a se stante. I fondatori della New School non erano dogmatici. Non avevano alcun programma da imporre a nessuno. Come uno dei nostri fondatori, James Harvey Robinson ha scritto: “Non ho nessuna riforma da raccomandare, eccetto la liberazione dell’intelligenza”. E di per sé è sufficiente. Lo scopo dell’educazione è la liberazione dell’intelligenza, da dogmi, pregiudizi, superstizioni, sofismi, slogan, paura, ingenuità, confusione, banalità, pedanteria, pie illusioni e tutto il resto. Lo scopo dell’educazione è quello di negare ciò che è dato, e così facendo, mettere in primo piano ciò che è giusto e cosa è sbagliato nell’ordine sociale. L’educazione non è al di fuori della lotta incessante per ricreare il mondo, anzi ne è uno degli aspetti essenziali. Lo scopo dell’educazione è quello di essere una provocazione per il pensiero, l’obiettivo di pensiero è il rinnovamento del mondo.
E con questo, posso augurare a tutti un anno accademico stimolante.
Grazie.
(traduzione a cura di Filippo Trasatti)
[i] The Daily Show è un programma televisivo americano di satira. www.thedailyshow.com.
[ii] Politico repubblicano, è stato governatore del Minnesota fino al 2011.
[iii] Si intende un corso introduttivo.
[iv] State University of New York.
[v] Si tratta di due celebri conduttori conservatori di programmi di politica alla radio e in Tv.
[vi] John Kerry, candidato per il partito democratico alle preseidenziali del 2004.
[vii] L’intento di questa università, si legge nella presentazione, è “preparare e ispirare i suoi studenti a portare effettivi e positivi cambiamenti nel mondo”. www.newschool.edu.
[viii] Studioso di teoria letteraria. In italiano è stato tradotto il suo libro: C’è un testo in questa classe? L’interpretazione nella critica letteraria e nell’insegnamento, Einaudi, Torino 1980.
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